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Allarme Raffreddore. Allarme informazione. Depressione da starnuto.

Tutto quello che c’è da sapere del fastidioso compagno delle nevi.

 

Per alzata di mano, quanti farmacisti sentono frasi del tipo: “Dottore ho l’influenza mi dia un antibiotico”?

Assodata l’impossibilità del camice bianco d’oltre bancone di fornire antibiotici in assenza di prescrizione medica, è sempre il caso di ricordare, specie ai colleghi alle prime armi, che tra le altre cose, l’influenza ha un’origine sostanzialmente virale, per cui l’utilizzo dell’antibiotico rappresenterebbe un rimedio inefficace oltre che dannoso.

Il raffreddore e influenza non rappresentano la stessa patologia, se mai sono accomunati da sintomatologia simile.

Senza dimenticare che – visto il periodo particolarmente polemico sull’argomento – non esistono vaccini contro il raffreddore.

Il fastidioso rhinovirus (dalla parola greca ῥίς ῥινός, rinos, «naso») sopravvive a temperature più basse rispetto a quello del compagno di merende e ben più aggressivo virus della poliomelite, e questo ne riduce l’aggressività ‘dei rapporti’ con l’ospite determinando sindromi poco gravi benché detestabili.

Oltre a quelli ben noti come la congestione nasale, i brividi, il mal di gola, la tosse secca, i dolori muscolari e non di meno la spossatezza, possono manifestarsi sintomi depressivi. Sì, può esistere una linea di congiunzione con la depressione. La sensazione di fiacca emotiva nel paziente, quindi, deve attendere a lasciare spedire il suggerimento di un bravo psicoterapeuta se il paziente si reca nella chiesa dalla croce verde per richiedere un ketoprofene così da tenere a bada il raffreddore.

Come mai? La risposta è nell’interferone di cui questi virus sono ottimi induttori. Se da una parte la sostanza blocca la replicazione virale infatti, dall’altra induce stanchezza e addirittura una significativa riduzione del tono dell’umore; passeggera, assolutamente passeggera.

Ma come si rimedia a un raffreddore?

La verità è che non esistono cure specifiche e tanto meno un vaccino – come sopra anticipato –  specie se si considera che esistono più di 100 tipi diversi di rhinovirus; per cui pur divenendo immuni ad una delle varianti si fa presto a supporre che bisognerebbe essere oltremodo longevi per divenire resistenti a tutte le altre varianti.

Non resta che puntare ad appiattire la sintomatologia con l’utilizzo di farmaci antipiretici (come il paracetamolo) lì dove la sindrome si manifesti con febbre e dolori, o anti infiammatori come l’acido acetil salicilico e i derivati propionici associati a vasocostrittori (prestando  attenzione all’età del paziente e ad eventuali problemi legati alla pressione arteriosa). In caso di forte congestione, può essere di grande aiuto al paziente consigliare l’utilizzo di antistaminici, ricordando il fastidioso effetto che possono determinare sulla guida e sullo stato di veglia.

Senza dimenticare che il miglior rimedio, specie nella fase acuta, è il riposo per un paio di giorni.

Ma perché ci raffreddiamo principalmente inverno?

Sfatiamo il cruento mito del “perché si prende freddo.”

I rinovirus circolano sempre nello stesso periodo con un picco in inverno e un altro picco in primavera e in estate, che si manifesti a luglio come in Italia o febbraio come in Nuova Zelanda. Poi spariscono; anche in Groenlandia. Il che lascia aperta la domanda: il freddo aiuta la trasmissione del raffreddore? Tema complesso; risposta multiarticolata.

Provando a sintetizzare, si ricorda che i rhinovirus hanno la peculiarità di proliferare a una temperatura intorno ai 34° C, che corrisponde alla temperatura che si stabilisce all’interno della cavità nasale quando siamo esposti al freddo.

E proprio il clima infelice ci porta a condividere scene di vita quotidiana in ambienti chiusi favorendo la trasmissione da un soggetto all’altro.

Ma le basse temperature climatiche si traduco anche in una riduzione della temperatura della cavità nasale, questo fornisce l’ambiente ideale per l’insediamento del rhinovirus; il freddo inibisce tra l’altro la motilità delle ciglia che ricoprono la mucosa delle vie aeree; prima forma di difesa immunitaria di cui è fornito l’apparato respiratorio. Per questo torna utile l’utilizzo di gel umettanti e lavaggi con soluzioni saline toniche e ipertoniche frequenti.

Quale ruolo può giocare a sua volta l’alimentazione?

Se da una parte non è dimostrato l’intervento di una ‘cattiva’ alimentazione nelle fasi di contagio, dall’altro è noto scientificamente che una alimentazione ricca di sali minerali, di antiossidanti e di vitamine aumenta la ricettività e l’efficienza del sistema immunitario.

Per cui non resta che arrenderci all’atavico principio della stagionalità.

 

 

A cura di Maria Pia Ferrante