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Le proposte lavorative per un farmacista: intervista al Dott. Gorgoni e il Ciclotrone

All’esterno una struttura quasi da fantascienza, un enorme cubo marrone, un collegamento con l’ospedale Don Calabria di Negrar attraverso un ponte sospeso, un nome altisonante: ciclotrone; ma è sufficiente che si aprano le due porte in vetro scorrevoli per essere proiettati nella sanità del futuro. È così che mi sono trovata faccia a faccia con il dottor Giancarlo Gorgoni, farmacista direttore del servizio di Radiofarmacia e Ciclotrone dell’ospedale Don Calabria di Negra, Verona.

 

Dottor Gorgoni, qual è stato il suo percorso studi che le ha aperto le porte del Ciclotrone?

Mi sono laureato nel 1998 presso l’università degli Studi di Ferrara e successivamente mi sono iscritto alla farmacia ospedaliera di Bologna; qui ho conosciuto una collega di Milano che mi ha raccontato il suo percorso nella radiofarmacia di un ospedale lombardo. Sono andata a trovarla, mi sono appassionato a quello che faceva e così ho deciso di iscrivermi al Master di secondo livello in scienze e tecnologia dei radiofarmaci presso l’Università degli studi di Ferrara.

Quanti sono i radiofarmaci che producete?

Parlando di radiofarmaci dobbiamo fare una distinzione in tre macroaree:

  1. Isotopi a emissione di singolo protone, ovvero la diagnostica SPECT (Single Proton Emission Computed Tomography.
  2. Isotopi a emissione di positroni, ovvero la diagnostica PET ( Positron Emission Tomography)
  3. Terapeutici che si dividono a loro volta in quelli che utilizzano emissioni beta meno, per cui elettroni ed emissioni alfa, per cui gli atomi di

Le produzioni più vecchie sono quelle della diagnostica SPECT, come ad esempio lo iodio 131 che somministrato per via orale va a depositarsi a livello della tiroide in modo da renderla visibile e fare diagnosi.

Che cosa si vede nella tomografia e quale è la diversità con una TAC?

Nella tomografia per emissione di fotoni o positroni si vedono delle macchie legate all’accumulo di radiofarmaco; la diagnostica nucleare funziona al contrario della radiologia dove ho un’emissione di raggi X dal tubo catodico, i quali impressionano una pellicola dopo aver attraversato il corpo. La radioattività nel caso della tomografia per emissione di fotoni o positroni viene emessa dal paziente stesso e raccolta poi dal tomografo, che ne ricostruisce l’immagine. Lo iodio 131 è stato il primo come utilizzo perché era semplice e bastava avere un sale per produrlo.

Ma la via di eliminazione della radioattività all’interno del nostro corpo qual è?

Dipende dal tipo di prodotto, nel caso dello Iodio 131 decade e rimane del sodio ioduro che viene eliminato tramite i reni. La radioattività, invece, ha un tempo di dimezzamento che corrisponde alla metà per cui si avrà un 50, un 25 è così via, quindi la radioattività si dimezza nel tempo che varia da isotopo a isotopo.

Come viene applicata questa diagnostica ad altri organi?

L’isotopo radioattivo fa per così dire da lampadina e lo si può legare a un qualsiasi farmaco a seconda dell’organo bersaglio: quando il farmaco si lega ad un recettore, ci arriva anche la lampadina e a quel punto identifico dove è il farmaco e, di conseguenza, la malattia, che in qualche modo si fa vedere. Il primo gruppo di diagnostica, quelli SPECT, ha delle problematiche legate all’energia che può variare da singolo isotopo.

Perché invece con gli isotopi che emettono positroni, quindi quelli della diagnostica PET?

L’energia innanzitutto è fissa perché è un antielettrone e, quindi, va ad annichilarsi con un elettrone liberando un’energia che si distribuisce su una retta, non più da un punto e di conseguenza l’immagine è più raffinata. A questo si aggiungono poi o la risonanza o la TAC o entrambe e quindi la tomografia è ancora più ottimizzata.

I pazienti sono selezionati? Si può utilizzare questa diagnostica come screening per alcune patologie?

No, non è utilizzata come screening, ma come seconda o terza diagnosi; fare la PET a tutti per cercare un qualcosa diventa rischioso perché c’è la possibilità di ottenere molti falsi positivi. Diciamo che il vantaggio è che non è invasiva ed è completa rispetto al prelievo istologico che è su un punto solamente e poi da lì devo ricostruire tutta l’immagine. Nasce prima di tutto a livello neurologico, proprio per la sua caratteristica di non invasività, poi cardiologico e attualmente e usata soprattutto in ambito oncologico.

Ci sono malattie che vengono trattate a livello neurologico attualmente?

Al momento il Parkinson e l’Alzheimer, ma non ci sono ancora farmaci radioterapici per queste due malattie; non trova grande sviluppo come diagnostica in questo settore perché comunque il geriatra che diagnostica in modo accurato tali malattie, comunque poi non ha la terapia efficace per curarle.

Ma veniamo al Ciclotrone, che cosa fa esattamente?

Il Ciclotrone permette una reazione nucleare di sostituzione; è una macchina complessa seppur confrontata con un reattore nucleare diventa semplice.

Da dove deriva questo nome così “altisonante“?

È un’invenzione del 1929 ed è una macchina che accelera le particelle, in particolare dei protoni, in maniera ciclica, da qui il nome Ciclotrone. In genere si utilizza l’idrogeno, il quale libera dei protoni che vengono accelerati in maniera ciclica fino a raggiungere delle energie sempre maggiori, a seconda anche di quanto sono grandi i magneti all’interno del ciclotrone; quando si raggiunge l’energia necessaria affinché il protone scagliato contro il bersaglio riesca a fare la reazione nucleare, il protone è deviato dal fascio circolare e inviato sul target da bombardare.

Dottor Gorgoni, quanto radiofarmaco producete nell’arco della giornata?

Produciamo circa 30 ml di farmaco a produzione. Bisogna chiarire che le unità di misura in radiofarmacia non sono mai volumetriche o ponderali, cioè non si parla di millilitri o milligrammi, perché stiamo parlando di dosi omeopatiche; il farmaco prodotto è diluito tanto per essere reso più maneggevole e, quindi, al paziente viene iniettato il prodotto molto diluito: si parte davvero da un niente.

A questo punto ci sono dei controlli di qualità?

Sì, sono di tre tipi: fisico, dove si analizza la purezza radionuclidica; microbiologico, quindi di sterilità e di carica batterica dato che è anche un prodotto iniettabile; in ultimo di purezza chimica e radiochimica, quindi che sia effettivamente quello il prodotto e che non ci siano altre sostanze all’interno. Sono tutti dei saggi limite della Farmacopea, superati questi il prodotto ottiene la certificazione e può essere somministrato ai pazienti.

A chi distribuite i farmaci?

Ad altri centri ospedalieri di medicina nucleare della regione Veneto secondo convenzione; siamo un laboratorio di ospedale, non un’azienda farmaceutica e come tale facciamo un servizio. Di routine produciamo carica cinque farmaci più altri sperimentali e tutto quello che è prodotto in più lo regaliamo agli altri ospedali.

Non avete mai pensato di farvi pagare per questo radiofarmaco “in eccesso” in modo da avere dei fondiper la ricerca?

Sì, questa domanda è molto pertinente; per farlo dobbiamo farci certificare come officina farmaceutica ed è un processo burocraticamente impegnativo, ma attraverso il quale crediamo possa avere molti sviluppi. Bisogna anche capire se per noi come ospedale ha senso lavorare come officina farmaceutica; al momento lo stiamo portando avanti per poter avere dei dati utilizzabili in una eventuale fase di registrazione di un farmaco.

Quali sono le prossime sperimentazioni che avete in programma?

Stiamo lavorando molto sullo zirconio perché ha una caratteristica importante: è un farmaco ad emissione di positroni, ma con un’emivita più lunga rispetto a quelli che sono gli isotopi normalmente impegnati e che corrisponde a circa tre giorni. Di conseguenza si capisce come sia possibile utilizzarlo per quei metabolismi che hanno necessità di tempi più lunghi come gli anticorpi monoclonali; si pensa infatti di trattare questi ultimi uniti allo zirconio, che diventerebbe la famosa lampadina di cui sopra, e per fare ciò stiamo studiando i sistemi di chelazione e di produzione dello zirconio con il ciclotrone, perché in questo caso si parte da una polvere o comunque da una lamina, quindi da un solido.

Dove acquistate la materia prima?

Diciamo che ci sono ditte che producono tali materie esclusivamente ad uso della medicina nucleare, come l’ossigeno 18; in altri casi possiamo acquistare i metalli da una ditta metallurgica e non è raro che ogni tanto andiamo dal gioielliere, perché comunque ha dei prodotti molto puri e questo per noi è importantissimo nel momento in cui andiamo a bombardare la materia prima nel ciclotrone.

Qual è la fase più critica nella produzione dei farmaci nel ciclotrone?

Non ci crederai ma la fase più critica da noi a volte è riempire un flacone e tapparlo, perché ovviamente non puoi infilare la mano nella cella di frazionamento per chiudere il tappo, ma serve una macchina che se per caso si inceppa o non lo chiude bene spreca Il farmaco.

Bè, in effetti non mi aspettava proprio questa fase critica con tutte le procedure complesse del ciclotrone.Quanto dura un processo di produzione?

Mediamente tre ore. Se per esempio il farmaco deve essere in reparto alle 8.00 a Padova, considerando che ci vuole un’ora di traporto a temperatura non controllata ma ambiente, e questo è un vantaggio, vuol dire che il prodotto deve essere pronto alle 7.00; quindi calcolando le tre ore si inizia a lavorare alle 3.30 circa.

Sono tutti farmacisti quelli che si occupano del processo di produzione dei radiofarmaci nel ciclotrone?

Purtroppo devo partire rispondendo a questa domanda chiarendo che non esiste la professione del radiofarmacista; le varie professionalità sono scelte in base al curriculum e all’esperienza in una medicina nucleare. Tanto è vero che nelle Norme di Buona Preparazione della medicina nucleare, che sono un allegato della Farmacopea Ufficiale, c’è un’ultima parte dove è indicato il medico nucleare come responsabile di tutto. Diciamo che è responsabile dal punto di vista radioprotezionistico e in Italia attualmente è così: il primario di medicina nucleare si può affidare a professionisti che conoscono la materia ed oggi come oggi in Italia sono i farmacisti, i chimici e i biologici. Nessuno in università impara questo, quindi, chi impara lo fa sul campo.

Quindi dottor Gorgoni mi sta dicendo che per fare questo bisogna un po’ “arrangiarsi” e non c’è un percorso?

Sì, perché non esiste nulla di specifico all’università, nulla nelle scuole di specializzazione, nei master men che meno e, quindi, chi lo fa è perché ci capita, un po’ come è successo a me.. e poi si appassiona per sempre!

Antonella Boldini