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Le proposte lavorative per un farmacista: intervista al Dottor D’Arpino

Avete appena finito l’università di farmacia o chimica e tecnologia farmaceutica? La prospettiva di lavorare in una farmacia territoriale non vi appaga completamente? Oppure semplicemente avete voglia di un’esperienza lavorativa diversa? Abbiamo pensato di creare questa sezione proprio per farvi scoprire quali prospettive può avere un farmacista neolaureato, o che già lavora, rispetto magari alla scelta, a volte obbligata da anni generazionali, di lavorare in una farmacia territoriale. Questo percorso formativo si svilupperà attraverso interviste a farmacisti con esperienze diverse e avrà l’obiettivo di incuriosirvi e stimolarvi e, perché no, magari di farvi rimettere in gioco. Il primo intervistato che conosceremo è il dottor Alessandro D’Arpino, dirigente farmacista dell’Azienda Ospedaliera di Perugia e Segretario nazionale della SIFO, Società Italiana di Farmacia Ospedaliera.

 

  • Dottor D’Arpino, ha sempre voluto fare il farmacista ospedaliero?

In realtà no. Mi sono laureato nell’88 e durante il mio percorso di studi ne ho sentito parlare molto poco; sono venuto in contatto con questa figura professionale durante il militare, servizio che ho svolto come ufficiale farmacista presso l’Istituto militare farmaceutico. All’epoca della mia laurea non c’erano le scuole di specializzazione in farmacia ospedaliera, ma erano indetti dei bandi per soli titoli della durata di 8 mesi; ho provato a seguirli e a mandare il curriculum e dopo un po’ sono stato chiamato, iniziando così la mia carriera nella farmacia ospedaliera.

  • Quindi, mi sembra di capire che lei non ha frequentato la scuola di farmacia ospedaliera?

Non è esattamente corretto. Dopo 10 anni circa dalla mia laurea, a lavoro già più che avviato, mi sono reso conto che la formazione sul campo acquisita negli anni non era sufficiente e, quindi, mi sono iscritto alla scuola di farmacia ospedaliera alla facoltà di Bologna.

  • Le è servita?

Sì, assolutamente, e penso anche di averla percepita di più rispetto ai miei colleghi giovani iscritti post laurea, sia perché ho avuto un riscontro immediato con il lavoro, sia perché gli studi universitari erano lontani e, quindi, l’ho vissuta come un aggiornamento ulteriore. È vero anche che con l’impostazione formativa delle scuole ospedaliere di oggi è praticamente impossibile lavorare e frequentarle contemporaneamente, perché hanno tante ore di tirocinio, mentre prima erano soprattutto lezioni frontali e, quindi, utilizzando un po’ di ferie riuscivo a trasferirmi a Bologna per seguirle.

  • Quali sono le materie più importanti da studiare per frequentare la scuola ospedaliera?

Sicuramente la farmacologia e la tecnica, in particolare la tecnica dei preparati sterili. Aggiungerei anche la legislazione: tutto le norme legislative per la gestione dei nuovi farmaci o per quelli che si acquistano dall’estero sono fondamentali da sapere per il lavoro del farmacista ospedaliero.

  • Quindi, dottore, è necessario avere una preparazione oltre a quella universitaria classica di farmacia o CTF per frequentare la scuola di specializzazione ospedaliera; ma dove si possono approfondire queste materie?

Sul campo. Purtroppo ad oggi non ci sono dei libri specifici o delle raccolte legislative dove si possono approfondire queste tematiche. Il mio consiglio è di tenersi informati tramite i siti istituzionali come quello del Ministero per i dispositivi medici oppure dell’AIFA, nell’area sperimentale, per le normative sui farmaci.

  • È possibile avere delle agevolazioni economiche?

Le scuole di farmacia ospedaliera sono sulla carta scuole con borse di studio come quelle per i medici, il problema è che i finanziamenti per tali borse non sono mai arrivati. Quindi, pur essendo un’area medica con un numero di ore di tirocinio elevato, i tirocinanti non sono pagati, e ciò da motivo di discriminazione, perché non tutti possono permettersi di frequentare la scuola senza lavorare.

  • Dopo gli anni di scuola di specializzazione si trova subito lavoro?

Diciamo che, come in tutti i settori, la crisi ha interessato anche noi e i distretti sanitari: a fronte di una disponibilità economica sempre minore di chi finanzia e ai tanti farmaci nuovi e costosi introdotti negli ultimi anni, c’è purtroppo un drastico calo nelle assunzioni, nonostante il lavoro non manchi  e ci sia la necessità di assumere. Il “nuovo” farmacista ospedaliero diventa il “centro avanti di sfondamento”, è colui che individua le risorse e le seleziona nei vari settori facendo in modo di abbassare i costi, senza toccare la qualità dei servizi, ma attuando soluzioni efficienti nell’ottica della massima resa coi minimi costi.

  • Dottor D’Arpino, ha parlato di una “nuova” figura del farmacista ospedaliero, perché prima come era?

Sì, ho detto così perché prima il farmacista ospedaliero era molto legato alla logistica dell’ospedale: magazzino e stoccaggio, acquisto, distribuzione. Ora, in molte Regioni queste mansioni logistiche sono state esteriorizzate e affidate a terzi, in questo modo il farmacista ospedaliero è diventato sempre più una figura di riferimento per il reparto e la clinica.

  • Mi sta dicendo che siamo finalmente arrivati alla figura del farmacista di reparto come in America?

Per fortuna sì, anche se per arrivare lì ne abbiamo ancora di strada da percorrere; ora c’è una maggiore disponibilità da parte dei colleghi di andare a risolvere i problemi che prima magari erano del capo sala, pur non essendo di sua competenza. Ecco, dunque, che il farmacista ospedaliero inizia a essere un punto di riferimento per l’aderenza alla terapia e per la compliance del paziente in reparto.

  • E ritiene che le scuole di specializzazione abbiano già un percorso di studi al passo con questo cambiamento?

Purtroppo è molto variabile da un ateneo all’altro e dalle direttive del rettore della scuola; quello che posso dire è che la SIFO, la Società Italiana di Farmacia Ospedaliera di cui sono segretario, ha stilato un vademecum delle conoscenze che queste scuole dovrebbero trasmettere ai farmacisti e ha cercato di mettere in contatto i diversi atenei collaborando con essi, al fine di dare un’istruzione omogenea sul territorio.

  • Quali soddisfazioni ha avuto in questo percorso formativo e lavorativo?

Sicuramente il fatto che è un lavoro in divenire, che ti permette di cercare di rispondere a delle esigenze sempre nuove e diverse, è un fattore che dà delle soddisfazioni, soprattutto quando riesci a soddisfare tali richieste; è una professione in evoluzione e noi farmacisti ospedalieri dobbiamo stare al passo coi tempi continuando ad evolverci a nostra volta.

  • Consiglierebbe ad un neolaureato di seguire questo percorso?

Questa è una domanda difficile. Per quanto riguarda le soddisfazioni come dicevo prima sì, lo consiglierei, perché questo è uno dei lavori che maggiormente incarnano e completano la figura del farmacista. Se penso però alle possibilità di entrarci con tutte le difficoltà che ne conseguono, rispondo di no o meglio lo consiglierei ma mettendo bene avanti le mani: purtroppo ora come ora non siamo in grado di assorbire tutte le richieste di lavoro che ci arrivano e questo pone un grosso limite allo sviluppo della professione del farmacista ospedaliero.

 

Antonella Boldini